Ma Salerno che città potrà essere?

di Angelo Di Marino
Le cronache di questi giorni ci propongono l’ennesimo spaccato di vita salernitana. Dagli interrogatori ai protagonisti del crac Amato emergono storie di assegni a vuoto, amicizie pericolose, inciuci, tradimenti e quant’altro possa contribuire a rendere la vicenda assai lontana dall’alta finanza e molto vicina ai bassi appetiti. Come l’ha argutamente definita su questo giornale Marcello Ravveduto, si tratta di una dinasty come quelle di Dallas e Beautiful, con tanto di intrecci scabrosi tipici delle soap televisive.
Al di là del continuo scambio di accuse e dello scaricabarile che contraddistinguono le dichiarazioni dei coinvolti, impazienti di vuotare il sacco in presenza del magistrato di turno, il dato che emerge è il continuo ricorrere alla politica come strumento per scalare posizioni economiche e sociali. Un ex sottosegretario che diventa mediatore con le banche, delle quali era stato interlocutore quando era al governo. Il parente dell’ex sottosegretario che vanta amicizie al Comune in grado di poter spingere in avanti pratiche e richieste. Il rampollo di famiglia che ricostruisce minuziosamente date e luoghi, compresa la bancabilità di assegni serviti per la bisogna. Inutile dire che, a vario titolo, un po’ tutti tirano in ballo la politica locale, il municipio di Salerno e chi in questi anni lo ha guidato. Non sappiamo quali e quante responsabilità mai accerterà la magistratura, ma una cosa è certa: siamo in presenza di un modo di fare impresa che per consentirsi passi ben più lunghi delle proprie gambe prova ad allearsi con il potere, cercandone di trarre beneficio pur sapendo di dover concedere qualcosa.
Che impresa può esser mai quella che basa il proprio futuro non sulle proprie reali potenzialità bensì sull’appoggio di questo o quel banchiere, o di qualsivoglia politico o santo patrono di turno? E’ la chiara sintesi, purtroppo, del come una parte dell’industria e dell’imprenditoria meridionale abbia modulato i propri piani di espansione (?) strizzando l’occhio più che guardandosi alle spalle. Non c’è dunque da meravigliarsi se, negli ultimi vent’anni, gli opifici si siano trasformati in spettrali esempi di archeologia industriale. Il modus operandi, riproducente l’assistenzialismo tanto in voga negli anni Settanta e Ottanta, ha costruito nel periodo a cavallo di tangentopoli autentici colossi con i piedi d’argilla, spazzati via dai mutamenti e dall’altalenanza della politica.
Dalla rilettura giudiziaria di questo pezzo di storia recente della Salerno da bere degli anni Novanta e del terzo millennio emerge anche un’altra conferma: non esiste cosa in questa città che non sia passata per l’anticamera della politica e del potere amministrativo. Ecco perché non ci si stupisce e nessuno storce il naso. Si è in presenza di prassi e non di eccezione, quindi meglio tacere.
Un’altra circostanza che fa pensare è quella riguardante la bocciatura del progetto di ristrutturazione del glorioso stadio Vestuti. L’iter, iniziato nel 2005 e accompagnato da annunci roboanti nonché da applausi a scena aperta, si è arenato in commissione. Il Comune di Salerno, che per anni ha tirato la volata alla realizzazione dell’intervento, ora alza un muro argomentando su tempistica e posti auto nei parcheggi. Come si fa a non pensare che si sia incrinato, invece, un rapporto personale tra il non più troppo allineato Antonio Ilardi e il sindaco De Luca? Con il primo che preferisce non commentare l’accaduto nel tentativo di recuperare credito nei confronti del secondo che, dal canto suo, ha ben catechizzato i componenti della commissione il giorno prima della bocciatura.
Ecco, se questa è la Salerno proiettata verso il futuro c’è poco da stare allegri. Questa città continua ad essere modellata in conseguenza delle appartenenze e delle scelte opportunistiche di una ristretta cerchia di notabili o pseudo tali. Che difficilmente sanno guardare al di là di un palmo dal naso e, comunque, in un raggio d’azione che non supera mai il perimetro del proprio portafogli.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

pubblicato su “la Città” del 15 luglio 2012

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