Terremoto trent’anni dopo: le ferite sono diventate piaghe

La foto simbolo del terremoto del 23 novembre 1980 che devastò Irpinia e Basilicata, provocando la morte di 3.000 persone (foto d'archivio)La foto simbolo del terremoto del 23 novembre 1980 che devastò Irpinia e Basilicata, provocando la morte di 3.000 persone (foto d'archivio)

di Angelo Di Marino
Il terremoto. “Il”, perché per noi ce n’è uno solo. Quello di trent’anni fa. Trenta, che detti così sembrano davvero tanti. E lo sono: tre decenni, 360 mesi, quasi undicimila giorni. E’ parecchio ma quando ci pensi ti sembra ieri.
Ed è la stessa sensazione che si ha tornando a Laviano, Castelnuovo di Conza, San Gregorio Magno, Colliano, Valva, Buccino e nell’intero cratere fulminato dal sisma del 23 novembre 1980. Qui gli orologi sono andati avanti per inerzia, ma il tempo in realtà si è fermato. Non ci sono più le macerie, sono intatti invece il dolore, la paura, l’angoscia. Attraversando le piazze ricostruite in questi paesi, evocando quelle distrutte dalle scosse, sembra che manchi qualcosa. Ci vuole qualche minuto, poi capisci. Non ci sono voci, nulla che rimbalzi sulle pietre levigate e ordinatissime. Come mai sarebbero state quelle sepolte sotto le macerie. Il terremoto ha cancellato un’intera generazione, seppellendola ma anche allontanandola da questo crocevia di morte e disperazione. Non c’è più chi quella sera di novembre perse la vita, così come tanti che riuscirono a salvarsi e a scappare. Finendo per andar via nel tentativo di ritrovare almeno un po’ di quella speranza crollata come i campanili e le torri che cingevano questa terra nobile, segnata dalle teste coronate e dalla storia.
La frattura più profonda provocata dal terremoto è proprio questa. Acuita e mai sanata dalla politica che ha accompagnato la ricostruzione senza mai spingerla veramente. Lo sviluppo industriale, promesso negli anni ad ogni tornata elettorale, da queste parti doveva garantire il futuro e drenare l’emigrazione. Invece i fondi sono andati ad aziende chiuse o mai entrate in produzione, inattive, fallite e poi affidate dalla curatela a nuovi imprenditori.
Con il risultato di un numero di occupati di gran lunga inferiore a quello propagandisticamente previsto negli anni. Chi è rimasto doveva scegliere tra un container ed un posto in fabbrica o un treno ed una valigia da riempire di ricordi e lacrime. Col senno di poi, due scelte comunque sbagliate perché non sostenute e corroborate da un piano, da una strategia che andasse oltre le macerie. E’ di pochi giorni fa la certificazione, arrivata da “L’Italia che trema”, manifestazione organizzata per ricordare il sisma, sulla mancanza di un’idea generale di pianificazione dell’opera di ricostruzione.
Trent’anni fa tutto fu messo nelle mani della nascenda Protezione civile, rispedendo al mittente le istanze del territorio e di chi aveva perso tutto tranne la dignità e l’orgoglio. Uno schema ripetuto da allora in ogni tragica occasione in cui il nostro Paese si è trovato a gareggiare contro un avversario impari: la Natura. Se il principio della cabina di regia nella fase emergenziale è sacrosanto oltre che indispensabile, non lo è quello di affidare il futuro nelle mani di un ente che può tutto senza dover rendere conto a nessuno. E ancor più grave è non aver tratto alcun insegnamento dalle catastrofi che hanno segnato l’Italia: Belice, Irpinia, Umbria, Abruzzo solo per restare negli ultimi 40 anni. Tra baracche e new town, insediamenti industriali e cattedrali nel deserto, le ricostruzioni post sismiche sono diventate dei calvari, dolorosi quasi quanto i terremoti stessi.
E’ un’Italia che trema la nostra. Sotto i colpi della mala gestione e dell’affarismo spinto che punta alla catastrofe come un cane al tartufo nella stagione delle piogge. Travolgendo anime e cuori con un cinismo che non ha rivali. Riducendo a merce di scambio chi magari non ha neanche avuto il tempo di infilare le scarpe per fuggire dalle macerie. Così si trasforma il volto di una terra come questa. Le cicatrici, prima sanguinanti ora rugose, faticano a rimarginarsi. Perché se trent’anni vi sembrano tanti, dalle nostre parti sono pochi, troppo pochi. Per tornare in piazza a sorridere e coltivare una speranza: quella di un futuro migliore per la propria terra.
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pubblicato su “la Città” del 23 novembre 2010

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1 Comment on "Terremoto trent’anni dopo: le ferite sono diventate piaghe"

  1. Il terremoto arriva ed apre nella vita delle persone uno squarcio, insanabile tanto più quanto si accompagna alla tragedia. Lo si capisce su quelli che, quando mi hanno formata come operatore d’emergenza di Protezione Civile, mi hanno insegnato a chiamare “scenario d’emergenza o disastro”. Ci sono andata come volontario e anche come giornalista. Ho dovuto guardare a tutto con distacco, per capire, ma non ho potuto non leggere col cuore quello che vedevo: la terra scuotendosi ruba la vita alle persone, la interrompe, e se le consente di ripartire, la segna comunque per sempre a fuoco vivo. L’ho visto dalla parete crollata di una casa del centro storico di San Giuliano di Puglia, dalla quale si vedeva una cucina con le pentole sui fornelli e la tavola apparecchiata e nella stanza accanto un letto scoperto, con le lenzuona gettate tutte di lato, come se qualcuno fosse saltato su per fuggire. Il terremoto s’è preso la casa, crollata, e ha interrotto di botto la vita quotidiana di chi ci stava dentro, anche se si è salvato. L’ho visto nella busta di una donna, nella tendopoli in allestimento di non ricordo quale emergenza terremoto degli ultimi anni. Sottobraccio ad un giovane marò del San Marco, teneva stretta una busta della spesa azzurrina. Aveva ai piedi delle pantofole che sguazzavano tra il fango e l’erba di un campo sportivo, mentre diceva che le era rimasto solo ciò che aveva in quella busta: pochi abiti tra i quali risaltava una veste sgargiante, gialla a fiorami,che sembrava nuovissima e che faceva a pugni con l’incedere claudicante e gli abiti neri che indossava l’anziana. Le si erano salvate vestigia inutili di una vita in frantumi. Le cronache hanno poi dimostrato come quelle persone, inghiottite tra i tanti volti senza forma e senza nome di una tragedia, non abbiano meritato una concreta risposta alla loro tagedia. Gli costruiscono le case, ma forse solo perchè l’edilizia porta denaro. Peccato che la ricostruzione non sua nulla di più di una sola parte di una fase del post emergenza che non dovrebbe durare più di un anno e mezzo, secondo quanto affermano i maggiori esperti del settore aggiungendo che primo intervento, emergenza, riabilitazione e sviluppo devono essere fasi concatenate, con le prime che devono durare il meno possibile pena il fallimento delle strategia di sviluppo e rilancio. E lo sviluppo a lungo termine… quello non si progetta proprio… Ad un corso di formazione, ricordo il salto sulla sedia che ha fatto un rappresentante del coordinamento europeo delle Organizzazioni non Governative quando, chiedendo a chi competesse la fase di sviluppo, qualcuno ha risposto “alla protezione civile” e poi la risposta : “per la normalizzazione, i poteri devono il prima possibile passare agli enti locali. E’ il territorio a dover ricostruire il territorio” … belle parole… ma non era italiano…

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