Sanità e appalti in Campania: la cura giusta? E’ nel cantiere

di Angelo Di Marino
Con la salute non si dovrebbe mai scherzare. Principio elementare che la nostra politica ama invece raggirare, fregandosene dei diritti di chi, prima ancora di essere un cittadino, è soprattutto un malato. Nella palude in cui affonda il nostro Paese, alimentata dalla sfrenata autoreferenzialità di una classe dirigente (?) mai così scadente, si distinguono le cattive pratiche che colpiscono ospedali, medici, infermieri, farmacie, ambulanze, cliniche, laboratori d’analisi. E pazienti, utenti finali loro malgrado di servizi ai quali mai nessuno vorrebbe accedere. In Campania assistiamo da anni al peggio, divenuto nel frattempo rassegnata normalità e che ora rischia di trasformarsi in scempio.
Pochi giorni fa, l’Asl di Salerno ha annunciato la costruzione del nuovo ospedale che dovrebbe sorgere ad Eboli. Si tratta della struttura unica del Sele che accorperebbe le utenze che attualmente gravitano su ben cinque strutture diverse, da Battipaglia a Roccadaspide, passando per Eboli, Oliveto ed Agropoli. Bene, cosa pensa quindi chi è al timone della sanità campana? Che per accorpare cinque ospedali ce ne vuole un sesto, tutto nuovo e da costruire. Prezzo dell’opera circa 400 milioni di euro. E dire che proprio mentre veniva annunciata la costruzione del nuovo ospedale, il governatore Caldoro festeggiava per lo sblocco di 450 milioni per la sanità in Campania. Sperando di riavere, prima o poi, anche i 300 milioni dei fondi Fas che il governo ha tolto alla Campania per tenersi buono Bossi.
Ricapitolando, la Regione considera un “successo della nuova oculata gestione” aver riavuto indietro 450 milioni, ma al contempo ne vuole spendere 400 per costruire un palazzone dove mettere i malati. Eppure tutto questo, come ha ricordato l’Asl al momento dell’annuncio, è previsto in un decreto firmato proprio da Caldoro, in qualità di commissario ad acta per la sanità, e che reca la data del 27 settembre 2010: “I presidi ospedalieri di Oliveto Citra, Roccadaspide, Eboli e Battipaglia confluiranno in un’unica struttura ospedaliera, la cui realizzazione è da prevedersi nel programma di interventi per l’edilizia sanitaria”. Agropoli è stata sistemata nel pacchetto solo successivamente. E i soldi? Caldoro nel decreto indica l’ex articolo 20 della legge numero 67 del 1988. Di che si tratta?
Della manovra finanziaria disegnata dal governo Goria poche settimane prima dell’avvento di Ciriaco De Mita alla presidenza del consiglio. Per la cronaca la manovra del 1988 fu firmata, oltre che da Giovanni Goria, da Giuliano Amato, all’epoca ministro del Tesoro. Manco a dirlo quel governo cadde perché il Parlamento ne bocciò il bilancio finanziario. Quello stesso decreto venne integrato nel 2001 ed a più riprese è stato oggetto di confronto. L’ultimo provvedimento risale al dicembre 2009, quando la Conferenza Stato-Regioni, presieduta dal ministro Fitto, ha ratificato un’intesa in 20 punti tra i quali figura anche un “impegno del governo a stanziare ulteriori 4715 milioni di euro per l’edilizia sanitaria nel bilancio pluriennale 2010-2012”. Con i chiari di luna che ci sono nel nostro Paese, l’unica speranza è che quei soldi ci siano per davvero, così come evidentemente confidano i manager dell’Asl e il governatore Caldoro.
A questo punto, secondo voi è ipotizzabile che la sanità salernitana, guidata dall’Asl unica, possa pensare addirittura ad un nuovo ospedale in uno scenario che offre un campionario unico al mondo fatto di stipendi non pagati, prestazioni sospese, cliniche e laboratori convenzionati al collasso, servizio del 118 prorogato ma sempre a rischio, reparti chiusi per mancanza di personale, pronto soccorso senza radiografie e chissà che cosa d’altro? E poi, perché scegliere Eboli e non potenziare invece una struttura già esistente, al di là del campanilismo che si è scatenato subito dopo l’annuncio dell’Asl? Senza contare che in materia ci sono fior di precedenti, come il fantomatico “Ospedale del Mare” di Ponticelli a Napoli (progettato nel 2004, mai finito e costruito a meno di 8 chilometri dalla bocca del Vesuvio) e quello di Boscotrecase (da completare per metà, senza licenza dei vigili del fuoco e piazzato a pochi metri da una discarica). Simboli del bassolinismo, giustamente demonizzati dal centrodestra e non solo in campagna elettorale.
La storia si ripete. Perché appaltare e alzare le fondamenta di un ospedale resta un affare. Curare i malati invece soltanto una missione.
© riproduzione riservata

pubblicato su “la Città” del 2 ottobre 2011

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